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Le scuole private “scaricano” i disabili

Posted by Luigi Scarpis su 28 febbraio 2010

25 febbraio 2010

http://www.diregiovani.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=33550

ROMA – “Signora, ma perchè non iscrive suo figlio in una scuola statale? Lì sono organizzati meglio. Noi i ragazzi disabili non li prendiamo, non sapremmo come gestirli, non abbiamo insegnanti di sostegno”. Iscrivere un bambino alla scuola paritaria può diventare un percorso a ostacoli per un padre o una madre se quel figlio ha una disabilità.

Non bastano le difficoltà quotidiane e il pensiero assillante di quel giorno in cui mamma e papà non ci saranno più. Ci si mettono pure le discriminazioni in ambito scolastico. Eppure la legge sulla parità del 2000 prevede che le scuole che ottengono il sì del ministero debbano accogliere tutti, disabili compresi. Tanto che ogni anno vengono stanziati dei fondi per il sostegno. Il concetto lo ha ribadito anche il tribunale di Roma nel 2002 e nel 2008 il ministro Mariastella Gelmini ha rincarato la dose con un decreto in cui si dice che si ottiene la parità solo se si rispettano le norme di inserimento degli alunni disabili.

Fin qui la legge, ma nella realtà regna il fai-da-te. Una giungla in cui la Dire ha deciso di avventurarsi. Telefono alla mano, abbiamo contattato numerose scuole private paritarie, scoprendo che molte volte il bambino disabile riceve un “no”. Ma anche quando scatta il “si'” arrivano i problemi sul sostegno. E su questo punto la confusione è totale. C’è chi dice “noi non ci attiviamo neanche per averlo”, scaricando la colpa sul ministero “che non garantisce i rimborsi, che stanzia pochi fondi”, chi chiede rette aggiuntive per pagare l’insegnante in più, chi contributi parziali.

Qualche esempio. Chiamiamo un noto istituto privato romano, di quelli che pubblicizzano la loro attivita’ a forza di maxi cartelloni. Ci risponde una cortese segretaria a cui chiediamo di iscrivere alla prima elementare un bimbo affetto dalla sindrome di down. “Non credo ci siano problemi- risponde la donna in un primo momento- chiedo alla direttrice”. Poi il verdetto cambia: “Non abbiamo l’insegnante di sostegno in questo momento. Può provare nelle scuole statatali dove il sostegno c’è sempre. Le iscrizioni sono ancora aperte”.

Il no è condito da un “mi dispiace” che si ripete ad ogni diniego, con, appunto, il consiglio di mandarli alla statale, i bambini con disabilità, perchè li’, si sa, sono “più organizzati”. Di fatto, uno scarica barile. Che penalizza le scuole pubbliche e, soprattutto, le famiglie, che non hanno libertà di scelta su dove far studiare i figli. Cambiamo ciclo scolastico, ci riproviamo con le superiori. Di nuovo scegliamo un istituto paritario romano dei più pubblicizzati.

Anche qui scatta il no al ragazzo down: “Non sappiamo come gestirli- risponde un uomo al centralino- non abbiamo l’obbligo di prenderli, non ricadiamo nella legge della scuola pubblica. Non prendiamo ragazzi con disabilita'”. Il problema è il sostegno? Domandiamo. “No, è che non li prendiamo proprio perchè ci si viene a creare un problema. La cosa migliore, signora, è la statale, che è più organizzata di noi”. Ci risiamo.

In un istituto cattolico gestito da una grande fondazione (la struttura è a Roma e ha laboratori, centri sportivi, teatro, piscina) si aprono le porte per il nostro bambino che deve andare in prima, ma, ci dicono dalla segreteria, “noi siamo una scuola paritaria e vi dovete prendere l’onere del sostegno. In attesa che il ministero vi riconosca le ore e vi rimborsi, ma chissà quando avverra'”. Scoraggiarsi è d’obbligo.

In un’altra scuola cattolica blasonata della Capitale ci dicono che “non c’è un sì o un no a priori, certo poi bisogna vedere se si concretizzerà l’iscrizione”. Ci lasciano nel dubbio. Istituto di suore a Milano: il sostegno non c’è, il bambino non trova spazio. “Il fatto- ci dicono- è che il ministero paga solo un ‘quid’…”. Colpa di viale Trastevere, insomma, se un bambino non può scegliere la scuola che vuole.

In un istituto di Verona ci dicono che anticipano loro la “retta integrativa per la disabilita'”. Poi la famiglia chiederà un sostegno alla Regione che andrà girato all’istituto. “E se non ce lo danno?”. “Non è mai capitato, ma certo il rimborso si potrebbe fare in molte rate”. Si parla, infatti, dello stipendio di un docente per un anno. E anche al Sud la musica non cambia: a Palermo ci invitano a portare il nostro bimbo alla statale, “da insegnante- ci dice una operatrice- le dico che è meglio”.

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Alunni con disabilità, il no delle scuole private: “Iscriveteli alle statali”

Posted by Luigi Scarpis su 28 febbraio 2010

http://www.superabile.it/web/it/CANALI_TEMATICI/Scuola_e_Formazione/Inchieste/info87045452.html

Inchiesta sull’inclusione scolastica degli studenti con disabilità nelle scuole private paritarie: molti non li accettano, consigliando ai genitori di rivolgersi alle scuole pubbliche. E dove vengono iscritti, ai genitori spesso tocca pagare di tasca loro l’insegnante di sostegno. Ecco cosa prevede la normativa e quello che succede sul territorio…

ROMA – Per i genitori di un alunno con disabilità iscrivere il proprio figlio alla scuola paritaria può diventare un percorso a ostacoli, acuendo le difficoltà quotidiane che le famiglie con bambini e ragazzi disabili si trovano ad affrontare: fra le scuole private infatti vige il “fai da te”, con realtà positive che si accompagnano a casi di vera e propria discriminazione. Un viaggio fra alcuni istituti privati paritari mostra una realtà difficile: alcune scuole, violando la normativa, rifiutano l’iscrizione dei ragazzi con disabilità (“Mandateli alla statale – dicono – là sono meglio organizzati”), altre invece accettano gli alunni, ma scaricano sui genitori il costo dell’insegnante di sostegno, che viene pagato dallo Stato solamente nelle scuole primarie paritarie e parificate. L’impressione complessiva è quella di una grande confusione e che il principio dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità non sia adeguatamente avvertito come un obbligo, morale e culturale, prima ancora che giuridico.

La vicenda di Luca è solo una delle tante. Lui è un bambino con sindrome di down e la famiglia ha girato cinque scuole prima di trovare quella giusta. Le prime tre non lo hanno proprio voluto e fra le due che lo avrebbero accettato i genitori hanno scelto quella più comoda per i ritmi familiari. “Spesso – raccontano all’Anffas – la scuola privata è quella più vicino a casa, e alla fine molti genitori sono disposti a fare un ulteriore sacrificio economico” per avere questo ‘lusso’.

Rifiutare l’iscrizione ad un alunno disabile è vietato. Qualunque sia la tipologia di disabilità: fisica, intellettiva, relazionale, sensoriale. I dirigenti scolastici delle scuole paritarie che lo fanno agiscono in contrasto con la legislazione vigente e corrono un grosso rischio: la perdita per la loro scuola dello status di “paritaria”. Le scuole private paritarie, infatti, per il solo fatto di aver deciso di fruire della legge sulla parità, devono garantire il diritto allo studio, sono responsabili dell’eliminazione delle barriere architettoniche e dell’uso di personale ausiliario per l’assistenza igienica e l’igiene personale degli alunni disabili. E’ la legge 62/2000 a regolare il quadro: le paritarie hanno gli stessi obblighi delle scuole statali. E l’Ufficio scolastico regionale, secondo un decreto ministeriale firmato dal ministro Gelmini nell’ottobre 2008, può revocare lo status di paritarie a quelle scuole che non siano in regola con anche uno solo dei requisiti previsti dalla legge.

L’iscrizione dunque è dovuta. Ma c’è un altro problema, che si chiama sostegno. O meglio: il problema non è il sostegno, ma lo stipendio del docente di sostegno. Chi lo paga? Lo Stato copre solo una quota limitata di ore: tutte le altre sono a carico della scuola. E gli istituti tendono a “scaricare” questo costo sui genitori, che spesso si sentono dire: “Il sostegno lo pagate voi”. A meno che non si cerchino strade alternative, che le scuole più sensibili consigliano e promuovono: anzitutto i contributi statali e regionali assegnati direttamente alla famiglia, e poi sponsor privati, feste o spettacoli di beneficienza (il classico fund raising), o – per le sole scuole cattoliche – anche l’otto per mille: alcune diocesi, infatti, hanno costituito un fondo per l’integrazione scolastica, ricavato proprio dall’otto per mille, al quale i dirigenti scolastici di tali scuole possono chiedere di accedere per pagare in parte le spese dell’insegnante di sostegno. E qualcuno è andato anche in tribunale, ottenendo dal ministero il risarcimento della somma anticipata dalla scuola per lo stipendio del docente. Un quadro talmente complesso e difficile che per molti genitori la “libertà di scelta educativa” è solamente apparente. “Lo mandi alla statale signora, là sono organizzati: le dico che è meglio”.

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Private e disabili : la norma

Posted by Luigi Scarpis su 28 febbraio 2010

ROMA – I dirigenti delle scuole paritarie che non accettano alunni con disabilità agiscono in contrasto con la legislazione vigente e corrono un grosso rischio: la perdita per la loro scuola dello status di «paritaria».

A prevederlo è un decreto ministeriale (il n. 83) firmato dal ministro Mariastella Gelmini il 10 ottobre 2008: un documento che partendo dalla legge 62/2000 sulla parità scolastica e il diritto allo studio, contiene le Linee guida che regolano le modalità per il riconoscimento della parità scolastica e per il suo mantenimento. Un testo chiaro, che dovrebbe essere ben conosciuto anche da quelle scuole che in barba alla legalità negano invece (implicitamente o esplicitamente) un diritto fondamentale del cittadino

LE LINEE-GUIDA – Le Linee guida firmate da Gelmini ricordano che «il riconoscimento della parità scolastica inserisce la scuola paritaria nel sistema nazionale di istruzione e garantisce l’equiparazione dei diritti e dei doveri degli studenti», impegnando «le scuole paritarie a contribuire alla realizzazione delle finalità di istruzione ed educazione che la Costituzione assegna alla scuola». Ivi compreso, evidentemente, il principio dell’inclusione scolastica degli alunni con disabilità. Il testo prevede che al momento in cui una scuola chiede il riconoscimento della parità, il gestore o il rappresentante legale deve dichiarare sotto la proprio responsabilità «l’impegno ad accogliere l’iscrizione alla scuola di chiunque ne accetti il progetto educativo, sia in possesso di un titolo di studio valido per l’iscrizione alla classe che intende frequentare e non abbia un’età inferiore a quella prevista dai vigenti ordinamenti scolastici». In particolare, il gestore deve dichiarare anche «l’impegno ad applicare le norme vigenti in materia di inserimento di studenti con disabilità, con difficoltà specifiche di apprendimento o in condizioni di svantaggio». Alla domanda di riconoscimento – specifica il documento – deve essere allegata anche la documentazione che attesta il numero degli alunni iscritti (o previsti) in ciascuna classe e sezione, «inclusi gli alunni con disabilità, con relativa documentazione specifica».

LA VERIFICA – A procedere alla verifica della completezza e della regolarità delle dichiarazioni e dei documenti prodotti dalla scuola è l’Ufficio scolastico regionale. A questo stesso ufficio, una volta ottenuto lo status di «paritaria», i gestori delle scuole dovranno dichiarare di anno in anno «la permanenza del possesso dei requisiti richiesti». Se però l’Ufficio scolastico regionale accerta a seguito di una sua verifica ispettiva che esiste una «carente rispondenza delle situazioni di fatto ai requisiti di legge» – se cioè viene dimostrato che le norme in materia di inserimento scolastico non vengono rispettate – la scuola viene invitata a ritornare nella legalità entro il termine di 30 giorni. Se ciò non accade, «l’Ufficio scolastico regionale provvede alla revoca della parità», che ha sempre effetto dall’inizio dell’anno scolastico successivo a quello in cui e’ disposta. Per la revoca dello status di scuola paritaria è sufficiente la «perdita anche di uno solo dei requisiti» previsti dalla normativa.

(Fonte agenzia Dires – Redattore Sociale)

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