Dis.Abilitando

Rappresentanti genitori Consulta Handicap Asl 8 Asolo – Montebelluna

Ripetenza alle scuole medie

Posted by Luigi Scarpis su 13 luglio 2009

meravigliaRipentenza alle medie:  ancora una sconfitta delle Istituzioni (dopo l’insegnante di sostegno e il taglio delle ore).

Il parere delle associazioni, dei professionisti, della scuola e delle famiglie.

Se tanti genitori e famiglie chiedono alle scuole di far ripetere l’anno o il triennio ai propri ragazzi, allora le grandi associazioni chi rappresentano?

E’ chiaro che le famiglie vogliono, e a volte sono costrette a combattere per ottenerlo, prolungare il ciclo scolastico delle medie: perchè?

Perchè dopo c’è il vuoto.

E la scuola, pur disastrata di fronte alla disabilità, rimane un’ancora a cui aggrapparsi.

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Il parere delle Associazioni

Redattore Sociale del 13-07-2009

Far ripetere le medie agli alunni disabili? Anffas: ”Non scherziamo” Il commento del consigliere Lilia Manganaro sul ”doppio ciclo” per ragazzi con grave disabilità intellettiva. Contrario anche l’Osservatorio dell’Aipd : ”E’ una vecchia prassi, ora si può andare alle superiori anche senza licenza”

ROMA – Far cominciare daccapo l’intero ciclo scolastico quando un ragazzino con una grave disabilità arriva alla fine della terza media? “Non scherziamo”, commenta Lilia Manganaro, consigliere dell’Anffas (Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva o relazionale) con delega alla scuola. Anche se la legge sull’integrazione sociale delle persone disabili (n. 104/92) “lo prevede”, spiega Salvatore Nocera, responsabile giuridico dell’Osservatorio scolastico sull’integrazione dell’Associazione italiana persone down (Aipd), “oggi non ha più senso perché i ragazzini con problemi intellettivi possono andare alle superiori anche senza licenza media: basta l’attestato di credito formativo”. Entrambe le onlus fanno parte della Consulta delle associazioni dell’Osservatorio permanente sull’integrazione scolastica delle persone in situazione di handicap del Ministero dell’Istruzione. “Far ripetere le tre medie agli alunni disabili è una vecchia prassi in uso prima dell’ordinanza ministeriale n. 90 del 2001 – dice Nocera –, forte dell’organizzazione dell’attività educativa e didattica secondo il criterio della flessibilità e in relazione alla programmazione scolastica individualizzata. Ora però non è più così, e gli studenti con problemi cognitivi possono andare alle superiori anche senza avere la licenza”. Dopo quel provvedimento, il Consiglio di classe di ogni scuola può decidere che l’alunno ripeta la classe o che sia ammesso a sostenere l’esame di terza media, anche se non ha raggiunto gli obiettivi del piano educativo individuale, al solo fine del rilascio di un attestato di credito formativo. L’attestato è valido per l’iscrizione alle superiori, ma ai soli fini del riconoscimento di crediti formativi da far valere anche nei percorsi integrati. “E’ vero che esiste una tendenza a bocciare di più i ragazzini con disabilità intellettiva o relazionale alla scuola secondaria di primo grado e che spesso sono i genitori a richiederlo perché hanno paura di tutto quello che può succedere dopo – nuovi compagni di classe e nuovi insegnanti, oppure problema lavoro, centri diurni, eccetera –, ma è anche vero che gli adolescenti hanno bisogno di stare con i loro coetanei e che non possono stare alle medie fino a 18 anni, cioè fino alla fine dell’obbligo formativo”, continua Lilia Manganaro. In Italia, nell’anno scolastico 2006-2007, nel passaggio tra scuola secondaria di primo e secondo grado sono andati “persi” circa 16.000 ragazzini disabili: erano 56.747 gli alunni iscritti alle medie contro i 40.783 che hanno proseguito con le superiori, scegliendo soprattutto istituti professionali e artistici (fonte http://www.disabilitaincifre.it, il sito promosso dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali e realizzato dall’Istat). (Michela Trigari)

La risposta dei professionisti

”Doppio ciclo”, la neuropsichiatra: ”Il vero problema è l’integrazione scolastica”

Secondo Giovanna Todini, dell’Asl Roma B, la scuola ”Di Liegro è la più preparata ad accogliere i ragazzi con gravi disabilità mentali”. Ma, ”alle superiori l’inclusione resta sulla carta”

ROMA – “Doppio ciclo” sì o “doppio ciclo” no? Secondo Giovanna Todini, neuropsichiatra infantile dell’Asl Roma B, la scuola “Luigi Di Liegro” è “la più preparata della città ad accogliere i ragazzini con seri problemi intellettivi, cognitivi o relazionali, tanto che spesso vi vengono trasferiti alunni anche da altre scuole”. Ma il problema è un altro: l’effettività dell’integrazione scolastica. “In Italia l’inclusione dei bambini e dei ragazzi con gravi disabilità mentali è ottima alle materne, buona alle elementari, discreta alle medie e difficile alle superiori”, commenta la neuropsichiatria infantile. “Quale liceo o istituto tecnico e professionale è in grado di accogliere un ragazzo che non ha raggiunto gli obiettivi di una minima padronanza di linguaggio – anche solo scritto – e di una minima autonomia personale? Che senso ha far restare i ragazzi disabili al passo con i loro coetanei se il rischio che corrono è quello di venire semplicemente parcheggiati in classe?”, si chiede Giovanna Todini.
“Al di là delle varie forme di ripetenza – il 3+3 alle medie proposto dalla ‘Di Liegro’ almeno consente ai ragazzi con gravi disabilità mentali di cambiare compagni di classe soltanto un volta – la questione è un’altra: l’integrazione scolastica deve essere vera. E allora tanto vale far restare più tempo i ragazzini disabili che ne hanno bisogno alle medie – dove possono seguire molti più progetti educativi integrati e fare molte più ore di attività extrascolastica – in modo da consentirgli di consolidare le competenze raggiunte e affrontare così più preparati le scuole superiori”. Secondo la neuropsichiatra infantile dell’Asl Roma B sarebbe tempo di “ricominciare a pensare a una formazione più specifica sia per i ragazzini con gravi problemi intellettivi, cognitivi o relazionali sia per gli insegnanti e gli educatori che sono chiamati a svolgere questo compito. In Italia ci si riempie tanto la bocca della parola integrazione scolastica, ma in realtà l’inclusione effettiva non c’è”.

(Michela Trigari)

Il parere di Canevaro

Redattore Sociale del 13-07-2009

”Doppio ciclo”, il pedagogista: ”Dimostra il fallimento del sistema scolastico”

Il commento di Andrea Canevaro, dell’università di Bologna. Ianes, università di Bolzano: ”E’ l’età cronologica, e non quella mentale, a dare agli alunni disabili il diritto di una vita il più possibile vicina a quella dei coetanei”

ROMA – Il “doppio ciclo” non convince due esperti come Andrea Canevaro e Dario Ianes, entrambi docenti di Pedagogia e didattica speciale rispettivamente all’Università di Bologna e di Bolzano. Se per Canevaro “dimostra il fallimento di tutto il sistema scolastico”, la possibilità di fare ripetere le tre medie ai ragazzini con una grave disabiltà lascia perplesso anche il professor Ianes, soprattutto per quanto riguarda la differenza d’età che si viene a creare con il resto dei compagni di classe e per il rischio di trattenere gli alunni disabili nei gradi scolastici inferiori. “Personalmente trovo l’esperienza della scuola ‘Di Liegro’ di Roma molto lontana da tutti quei principi di ‘speciale normalità’ che, sul tema dell’inclusione scolastica, porto avanti da anni insieme a colleghi, insegnanti, professionisti e familiari”.
“L’alunno, anche quando presenta gravi forme di disabilità, ha comunque il diritto di vivere una vita adeguata alla sua età. Dobbiamo fare sempre molta attenzione, a mio avviso, a non confondere quella che è la sua ‘età mentale’ con la sua effettiva ‘età cronologica’, altrimenti rischiamo di trattenere tutti gli alunni con gravi disabilità sempre e perennemente nei gradi scolastici inferiori – dice Dario Ianes – . E’ l’età cronologica che dà all’alunno il diritto di vivere una vita il più possibile vicina a quella dei suoi coetanei, condividendone esperienze, desideri, progetti, speranze, momenti di gioia, di delusione o di sconforto, modificando nel tempo e con la crescita anche i propri gusti, i propri interessi e le proprie attività”. Secondo il docente dell’Università di Bolzano, in definitiva “ogni giovane ha il diritto di vivere fino in fondo il proprio percorso educativo, guardando sempre nella prospettiva di un progetto di vita adulta”.
“Molti obietteranno che nelle gravi forme di disabilità, gran parte delle attività educativo didattiche proposte a scuola, seppur con gli opportuni adattamenti e le opportune semplificazioni, non sono fruibili nemmeno in minima parte da questa tipologia di alunni. Credo però – continua Ianes – che il confronto con il gruppo dei coetanei nelle varie fasi evolutive della crescita e dello sviluppo sia comunque molto arricchente per tutti gli alunni. Anche solo l’essere ‘spettatore’ dà risultati positivi per la sfera relazionale, emotiva, motivazionale e di socializzazione dei ragazzi disabili. Oggi, poi, la scuola superiore si sta sempre più attrezzando ad accogliere adeguatamente gli studenti con bisogni educativi speciali e a intraprendere percorsi educativo didattici e di inclusione anche in questo ordine di scuola”, conclude il docente.

Michela Trigari

Il parere della scuola

Ricominciare le medie dall’inizio: gli alunni disabili e il ”doppio ciclo”

L’opportunità riguarda solo ragazzini con gravi problemi intellettivi, cognitivi o relazionali, ed è concordata tra la famiglia e il gruppo di lavoro sull’handicap d’istituto. L’esperienza della ”Luigi Di Liegro”di Roma

ROMA – C’è una scuola media a Roma, la “Luigi Di Liegro”, che dà la possibilità ai propri alunni con grave disabilità mentale (parliamo di ragazzini con seri problemi intellettivi, cognitivi o relazionali) di ricominciare dall’inizio l’intero ciclo scolastico quando arrivano alla fine della terza media, senza dover fare l’esame di Stato se non al sesto anno. L’opportunità in più si chiama “doppio ciclo”, ed è concordata già al primo anno di scuola secondaria di primo grado. In sostanza si tratta di una sorta di patto “preventivo e consensuale” tra la famiglia e il gruppo di lavoro sull’handicap d’istituto, un organismo composto da dirigente scolastico, insegnanti referenti delle politiche d’integrazione e inclusione, responsabile dell’Asl Roma B, operatori dell’associazione socio-sanitaria Roma ‘81, esperti di Woce (una strategia che supporta l’apprendimento della comunicazione nei bambini con problemi di linguaggio) e genitori.
Una pratica, quella di far ripetere le medie e che in varie forme viene adottata anche da altre scuole italiane, che l’Anffas e l’Aipd (rispettivamente Associazione nazionale famiglie di persone con disabilità intellettiva o relazionale e Associazione italiana persone down) però non condividono. Ma anche Andrea Canevaro e Dario Ianes, entrambi docenti di Pedagogia speciale rispettivamente all’Università di Bologna e di Bolzano, non sono entusiasti di questo metodo. Ma nel modello proposto dalla scuola “Di Liegro”, diretta dalla preside Simonetta Caravita, c’è il consenso preventivo sia della famiglia sia del gruppo di lavoro sull’handicap d’istituto, c’è una delibera del collegio dei docenti e i genitori si dicono contenti. Il “doppio ciclo” si applica solo alle situazioni più complesse e viene attentamente valutato caso per caso. Il percorso non è irreversibile e, a partire dal quarto anno, l’alunno può sempre essere ammesso a sostenere l’esame di Stato.
In molti casi di disabilità grave, sono le stesse famiglie a chiedere di trattenere il più a lungo possibile i ragazzi all’interno della scuola secondaria di primo grado: un po’ per consolidare i risultati raggiunti un po’ perché “le superiori spaventano e i centri diurni spesso sono dei parcheggi”, come dicono gli stessi genitori. Questo avviene in tutta Italia. “Ma concordare uno o più anni di ripetenza non è così produttivo come quelli svolti in continuità con lo stesso gruppo di docenti e di compagni di classe”, dice Chiara Bonanno Madussi, presidente di ‘Un passo avanti’ (associazione genitori bambini cerebrolesi), vicepresidente della Consulta per l’handicap del V municipio del comune di Roma e madre di Simone, un ragazzino che va alla “Di Liegro”.
Qui, infatti, il tempo di frequenza della scuola media può essere di 6 anni: formalmente l’alunno viene alternativamente non ammesso e ammesso alla classe successiva, ma realmente (con specifica delibera del collegio dei docenti e in virtù di quanto consentito dalle norme sull’autonomia scolastica) per i primi tre anni segue la classe con cui è entrato a scuola il primo giorno e per i secondi tre anni segue un altro gruppo con cui arriverà alla licenza media. La decisione di ripetere il ciclo non è, quindi, una valutazione negativa e non deriva dal fatto che l’alunno non abbia raggiunto il livello necessario per accedere alle scuole superiori – tanto che la “Di Liegro” fa orientamento e accompagnamento a tutti i suoi ragazzi -, ma è lo strumento tecnico per consentire all’alunno disabile di portare a termine il piano educativo individuale.

Michela Trigari

Il parere delle famiglie

Il ”doppio ciclo” per gli alunni disabili soddisfa i genitori e la Consulta per l’handicapPer le famiglie la ”paura di quello che c’è dopo” è il motivo alla base della scelta di far ripetere le medie ai figli con grave disabilità mentale. Bonanno Madussi, presidente di ”Un passo avanti”: ”La ‘Di Liegro’ va presa da esempio”

ROMA – La madre di Marco e quella di Ilaria sono contente di aver scelto per i propri figli il “doppio ciclo” alle medie. E lo sono pure i genitori di altri alunni disabili che frequentano la scuola “Luigi Di Liegro” di Roma. Un giudizio positivo circa la possibilità di fare ripetere le tre medie ai ragazzi con gravi problemi intellettivi, cognitivi o relazionali arriva anche da Chiara Bonanno Madussi, presidente di Un passo avanti (associazione genitori bambini cerebrolesi) e vicepresidente della Consulta per l’handicap del V Municipio del Comune di Roma. Se per le famiglie la paura di quello che c’è dopo è il motivo per cui vogliono far prolungare le tre medie ai figli disabili, per la vicepresidente della Consulta per l’handicap la scuola “Di Liegro è l’unica a Roma a prendere sul serio il significato della parola inclusione”.
“Dopo la scuola dell’obbligo in genere c’è il vuoto più totale per le gravi forme di disabilità”, commenta la madre di Ilaria, una ragazzina autistica di 17 anni e mezzo che ha frequentato il “doppio ciclo”. “Ho chiesto alla preside di far restare mia figlia un altro anno ancora alle medie – continua la madre – perché non ho ancora trovato la soluzione giusta per lei. Ho paura di fare la scelta sbagliata e di non poter più tornare indietro: se i centri diurni sono quasi tutti dei parcheggi, l’altro timore è che le scuole superiori non siano in grado di accoglierla così bene com’è successo alle medie. Ilaria, come tutti gli autistici, ha bisogno di essere stimolata mentalmente, di ricorrere alla comunicazione aumentativa alternativa, di fare attività fisica e manuale”.
Sulla stessa linea d’onda anche la madre di Marco, un ragazzo autistico di 22 anni che fino all’anno scorso andava alla “Di Liegro” mentre quest’anno ha frequentato l’istituto agrario “Sereni” di Roma. “Non solo siamo stati fortunati ad aver trovato il doppio ciclo – dice la madre –, ma siamo contenti anche dell’equipe che ha dato continuità didattica nel passaggio dalle elementari alle medie e da queste alle superiori, con tutto quello che significa fare orientamento e accompagnamento scolastico” nei casi di autismo. “La differenza d’età tra Marco e gli altri ragazzi non è mai stata un problema – prosegue la madre –, anche perché mio figlio non fa proprio tutto quello che fanno i suoi coetanei”.
Il giudizio di Chiara Bonanno Madussi invece è ancora più esplicito. Per lei l’esperienza portata avanti dalla scuola media “Luigi Di Liegro” dovrebbe “essere presa come esempio da tutte le altre”, dice. “Il valore aggiunto di questa scuola, che frequenta anche mio figlio Simone, non è solo dato dall’avere gli stessi compagni di classe per tre anni – e un altro ‘gruppo classe’ per gli altri tre – ma è anche tutto il lavoro di relazione, socializzazione e d’integrazione con gli altri ragazzini della scuola che viene fatto durante i laboratori. Penso che sia l’unica a Roma a prendere sul serio il significato della parola inclusione”, commenta la madre di Simone, che è anche co-autrice del libro “Mio figlio ha le ali”.

Michela Trigari

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